12 APRILE: Incontro Preghiera Giubilare [TESTI]

Subito dopo la s. Messa: nell’auditorium (la mensa è luogo giubilare) incontro di preghiera.

 

PREMESSA GENERALE

«Speranza invoco in modo accorato per i miliardi di poveri, che spesso mancano del necessario per vivere. Di fronte al susseguirsi di sempre nuove ondate di impoverimento, c’è il rischio di abituarsi e rassegnarsi. Ma non possiamo distogliere lo sguardo da situazioni tanto drammatiche, che si riscontrano ormai ovunque, non soltanto in determinate aree del mondo. Incontriamo persone povere o impoverite ogni giorno e a volte possono essere nostre vicine di casa. Spesso non hanno un’abitazione, né il cibo adeguato per la giornata. Soffrono l’esclusione e l’indifferenza di tanti. È scandaloso che, in un mondo dotato di enormi risorse, destinate in larga parte agli armamenti, i poveri siano “la maggior parte […], miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto”. Non dimentichiamo: i poveri, quasi sempre, sono vittime, non colpevoli» (Francesco, Spes non confundit, 9-5-2024, 15).

LA SUPERBIA

«In realtà, dentro questo male [la superbia] si nasconde il peccato radicale, l’assurda pretesa di essere come Dio. Il peccato dei nostri progenitori, raccontato dal libro della Genesi, è a tutti gli effetti un peccato di superbia. Dice loro il tentatore: «Quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio» (Gen 3,5). Gli scrittori di spiritualità sono più attenti a descrivere le ricadute della superbia nella vita di tutti i giorni, a illustrare come essa rovini i rapporti umani, a evidenziare come questo male avveleni quel sentimento di fraternità che dovrebbe invece accomunare gli uomini. Ecco allora la lunga lista di sintomi che rivelano il cedimento di una persona al vizio della superbia. È un male con un evidente aspetto fisico: il superbo è altero, ha una “dura cervice”, cioè, ha un collo rigido, che non si piega. È un uomo facile al giudizio sprezzante: per un niente emette sentenze irrevocabili nei confronti degli altri, che gli paiono irrimediabilmente inetti e incapaci. Nella sua supponenza, si dimentica che Gesù nei Vangeli ci ha assegnato pochissimi precetti morali, ma su uno di essi si è dimostrato intransigente: non giudicare mai. Ti accorgi di avere a che fare con un orgoglioso quando, muovendo a lui una piccola critica costruttiva, o un’osservazione del tutto innocua, egli reagisce in maniera esagerata, come se qualcuno avesse leso la sua maestà: va su tutte le furie, urla, interrompe i rapporti con gli altri in modo risentito» (Francesco, Udienza generale, 6-3-2024).

LA CARITÀ

«È importante credere che Dio è dono, che non si comporta prendendo, ma donando. Perché è importante? Perché da come intendiamo Dio dipende il nostro modo di essere credenti. Se abbiamo in mente un Dio che prende, che si impone, anche noi vorremo prendere e imporci: occupare spazi, reclamare rilevanza, cercare potere. Ma se abbiamo nel cuore Dio che è dono, tutto cambia. Se ci rendiamo conto che quello che siamo è dono suo, dono gratuito e immeritato, allora anche noi vorremo fare della stessa vita un dono. E amando umilmente, servendo gratuitamente e con gioia, offriremo al mondo la vera immagine di Dio. Lo Spirito, memoria vivente della Chiesa, ci ricorda che siamo nati da un dono e che cresciamo donandoci; non conservandoci, ma donandoci» (Francesco, Omelia, 31 maggio 2020).

«L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente» (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 10).

«L’amore non è un’avventura. Prende sapore da un uomo intero. Ha il suo peso specifico. È il peso di tutto il tuo destino. Non può durare un solo momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio  ̶  solo lui è l’Eternità» (Andrzej Jawien – Karol Wojtyla, La bottega dell’orefice).

«Alcuni pensieri, specialmente alla vista del peccato umano, ti rendono perplesso, e ti domandi: “Devo ricorrere alla forza o all’umile amore?” Decidi sempre: ricorrerò all’umile amore. Se prenderai una volta per tutte questa decisione, potrai soggiogare il mondo intero. L’amore umile infatti è una forza formidabile, la più grande di tutte, come non ce n’è un’altra». (Fëdor M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, libro VI, BUR, Milano 1998, pp. 427-428. Sono affermazioni pronunciate dal monaco russo Zosima).

Giovanni Paolo II mise in luce i rischi connessi con l’intenzione e dette un grande contributo per la retta comprensione della legge morale.

«C’è una connessione inscindibile fra l’amore verso una persona e il riconoscimento della verità del suo essere: la Verità è il fondamento dell’amore. Si può avere l’intenzione di amare un altro, ma non lo si ama realmente se non si riconosce la verità del suo essere. Si amerebbe, di fatto, non l’altro, ma quell’immagine dell’altro che noi ci siamo creati e ci si esporrebbe così al rischio di commettere le più gravi ingiustizie in nome dell’amore dell’uomo. Poiché questo uomo non sarebbe quello reale, nella verità del suo essere, ma quello pensato da noi prescindendo dal fondamento della sua verità oggettiva. Le norme morali sono le immutabili esigenze, che emergono dalla verità di ogni essere. Ogni essere esige di essere riconosciuto, cioè amato in modo adeguato, alla sua verità: Dio come Dio, l’uomo come uomo, le cose come cose. La pienezza della legge è l’amore ci insegna l’Apostolo. Quanto è vera questa affermazione! L’amore è la realizzazione piena di ogni norma morale, perché esso vuole il bene di ogni essere nella sua verità: quella verità la cui forza normativa nei confronti della libertà è espressa dalle norme morali» (Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 10-8-1983).

LA GOLA
•La gola è la degenerazione di una realtà positiva del cibarsi, del principio di sopravvivenza.
•C’è un aspetto simbolico nel cibo. Anche ai nostri giorni nascite, nozze sono celebrate con banchetti festosi; tanti convegni e ricevimenti sfociano in pranzi di gala. Sono diffusissimi i cd. pranzi di lavoro.
“L’uomo deve prendere il cibo secondo ciò che è opportuno per il sostentamento del corpo, per il benessere della vita e per la familiarità con coloro con cui si vive” (S. TOMMASO).
•“Gli animali si nutrono; l’uomo mangia; il saggio pranza. Il destino delle nazioni dipende anche dal modo con cui esse si nutrono” (Brillat-Savarin, politico e gastronomo francese).
•Il cibarsi non è solo un atto fisiologico, ma anche un gesto simbolico. Ecco la differenza rispetto all’animale che mangia senza assegnare alcun significato ulteriore a quello della mera istintualità e sopravvivenza.
Il famoso motto latino “Non ut edam vivo, sed ut vivam edo”. Il vizio è caratterizzato da questa deviazione: il mezzo diventa il fine.
CONSTATAZIONI SULLA CULTURA ATTUALE
La pubblicità in modo martellante insiste nel presentare sia leccornie, ghiottonerie ecc. sia modelli corporei esaltati nella loro asciuttezza e levigatezza, grazie alle diete e ad una cura spesso davvero esasperata del corpo. Quando il rapporto col cibo perde il suo equilibrio, ci sono i due eccessi della bulimia e dell’anoressia. Non ci sono solo gli effetti devastanti e tragici dell’anoressia, ma l’ossessione della dieta, della bilancia e così ecco uno stile di vita, non ascetico, ma ugualmente e sottilmente materialistico. Infatti, quando il peso diventa una frenesia, si finisce comunque col proclamare che alla fine l’unico valore è il corpo nella sua mera visibilità esteriore e nella sua quantità. L’anoressia e la bulimia nei casi più gravi sono una via per lanciare messaggi esistenziali di insicurezza, desolazione, solitudine, abbandono; mentre nei casi più superficiali esprimono l’incapacità di identificare valori più alti.
ASPETTI BIBLICI
L’era messianica viene fatta coincidere con un banchetto. “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25, 6).
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Gesù amava sedersi a mensa e spesso con persone di non buona reputazione. Addirittura affida la sua presenza nello spazio e nel tempo al pane e al vino. Molto spesso nelle parabole si sofferma su banchetti. Il primo miracolo lo fece nel corso di un banchetto nuziale (cf Gv 2, 1-11). Sapeva di correre il rischio di venir bollato nel modo seguente: “È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere” (Mt 11, 19).
Esaù, per la sua ingordigia rinuncia alla primogenitura (cf Gen 25, 29-34).
“Essi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei buontemponi” (Amos 6, 4. 6-7).
• “La perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra” (Fil 3, 19).
•“Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie” (Rom 13, 13).
Il vizio della gola si collega con altri temi come la droga, gli eccessi del lusso e della moda (cf Is 3, 18-24), l’alcolismo. C’è un collegamento anche col V comandamento per quella vera piaga sociale che è costituita dalle stragi del sabato sera.
LE 5 FIGLIE DELLA GOLA
La sciocca allegria, la scurrilità, la chiacchiera, l’impurità, l’ottusità della mente nel comprendere (San Gregorio Magno).
LEGAME GOLA / USO DEI BENI
II vizio della gola si collega col tema della giustizia e della destinazione universale dei beni voluta dal Creatore: pensiamo ai problemi del terzo mondo. In questo senso la gola si pone in parallelo con l’avarizia. La proprietà privata diventa un privare gli altri di beni necessari e di un loro diritto.

 

LA SPERANZA

«Surrexit Christus, spes mea» – «Cristo, mia speranza, è risorto» (Sequenza pasquale). Giunga a tutti voi la voce esultante della Chiesa, con le parole che l’antico inno pone sulle labbra di Maria Maddalena, la prima ad incontrare Gesù risorto il mattino di Pasqua. Ella corse dagli altri discepoli e, col cuore in gola, annunciò loro: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). […] Ogni cristiano rivive l’esperienza di Maria di Magdala. È un incontro che cambia la vita: l’incontro con un Uomo unico, che ci fa sperimentare tutta la bontà e la verità di Dio, che ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, ma ce ne libera radicalmente, ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità. Ecco perché la Maddalena chiama Gesù “mia speranza”: perché è stato Lui a farla rinascere, a donarle un futuro nuovo, un’esistenza buona, libera dal male. “Cristo mia speranza” significa che ogni mio desiderio di bene trova in Lui una possibilità reale: con Lui posso sperare che la mia vita sia buona e sia piena, eterna, perché è Dio stesso che si è fatto vicino fino ad entrare nella nostra umanità.
Ma Maria di Magdala, come gli altri discepoli, ha dovuto vedere Gesù rifiutato dai capi del popolo, catturato, flagellato, condannato a morte e crocifisso. Dev’essere stato insopportabile vedere la Bontà in persona sottoposta alla cattiveria umana, la Verità derisa dalla menzogna, la Misericordia ingiuriata dalla vendetta. Con la morte di Gesù, sembrava fallire la speranza di quanti confidavano in Lui. Ma quella fede non venne mai meno del tutto: soprattutto nel cuore della Vergine Maria, la madre di Gesù, la fiammella è rimasta accesa in modo vivo anche nel buio della notte. La speranza, in questo mondo, non può non fare i conti con la durezza del male. Non è soltanto il muro della morte a ostacolarla, ma più ancora sono le punte acuminate dell’invidia e dell’orgoglio, della menzogna e della violenza. Gesù è passato attraverso questo intreccio mortale, per aprirci il passaggio verso il Regno della vita. C’è stato un momento in cui Gesù appariva sconfitto: le tenebre avevano invaso la terra, il silenzio di Dio era totale, la speranza una parola che sembrava ormai vana.
Ed ecco, all’alba del giorno dopo il sabato, il sepolcro viene trovato vuoto. Poi Gesù si mostra alla Maddalena, alle altre donne, ai discepoli. La fede rinasce più viva e più forte che mai, ormai invincibile, perché fondata su un’esperienza decisiva […] Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo. Cristo […] è presente come forza di speranza mediante la sua Chiesa, vicino ad ogni situazione umana di sofferenza e di ingiustizia» (BENEDETTO XVI, Messaggio Urbi et Orbi, 8-4-2012).

«Vorrei che potessimo liberarci dai macigni che ci opprimono, ogni giorno: Pasqua è la festa dei macigni rotolati. È la festa del terremoto. La mattina di Pasqua le donne, giunte nell’orto, videro il macigno rimosso dal sepolcro. Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro. È il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione del peccato. Siamo tombe alienate. Ognuno con il suo sigillo di morte. Pasqua allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l’inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la resurrezione di Cristo» (Tonino Bello).

Chi vive estroflesso, chi sta sempre a guardare, indagare, giudicare gli altri, più facilmente cade nell’ira. Devo permettere a Dio di abitare nella mia anima, nel mio cuore e con la sua pace affronto meglio contrarietà e problemi. Occorre chiedere a Lui forza e pace. Il mio modello è Gesù?

La riflessione sull’ira è preziosa soprattutto durante la Quaresima: contempliamo Gesù durante la Passione.

Bisogna essere costruttivi davanti al male, opporre il bene al male, non farsi travolgere dal male. Dobbiamo avere una fiducia totale nella Provvidenza e nella giustizia di Dio.

 

“L’irato si rattrista dell’ingiuria che pensa di aver ricevuto e da tale tristezza è mosso a bramare la vendetta” (S. TOMMASO).

 

DIFFERENZA TRA IRA E SDEGNO

L’ira è un’erbaccia che attecchisce sotto il tronco dell’odio; lo sdegno è un sentimento alto, se ben controllato, e può persino essere una virtù. La rabbia è come una bufera incontrollabile che tutto devasta, lo sdegno è un vento maestoso che spazza via le nubi per far brillare il sole della verità. Ma lo sdegno, per essere giusto, dev’essere lotta per la giustizia e per la verità, sorretta dalla coerenza personale e dall’amore per il bene.

L’indignazione contro il male è una virtù, mentre la reazione rabbiosa e irosa contro il prossimo è un vizio capitale. Per contrastarla, pensiamo all’importanza della pazienza e della speranza, della fortezza, della fermezza, della prudenza.

 

ASPETTI BIBLICI

 

“Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido” (Es 21, 24-25). Certo, ha un qualcosa di brutale, ma non è nient’altro che la norma della giustizia distributiva secondo cui ad ogni colpa deve corrispondere una pena proporzionata.

Lamech disse alle mogli: «Ada e Zilla, ascoltate la mia voce; mogli di Lamech, porgete l’orecchio al mio dire: Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette» (Gen 4, 23-24). Ecco la spirale cieca e canagliesca della vendetta illimitata, della furia rabbiosa.

Simeone e Levi, figli di Giacobbe, vendicano la violenza subìta da Dina (Gen 34).

Ci fu la violenza perpetrata alla concubina di un levita da parte dei cittadini di Gabaa. La risposta fu la vendetta che portò quasi allo sterminio dell’intera tribù di Beniamino (Gdc 19).

L’ira (c’è un nesso con l’invidia e con la gelosia) e la follia di Saul contro Davide (1 Sam 16-18).

Tamar subì la violenza. Assalonne prima uccide Amnon, poi ordisce un colpo di stato contro il padre Davide e finisce ucciso (2 Sam 13-19).

 

DIALOGO TRA DIO E MOSÈ

 « “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione”. Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: “Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo” » (Es 32, 10-12).

 

Mosè prima ha pregato per placare l’ira di Dio, ma poi c’è la sua reazione contro l’idolatria del popolo: si intrecciano indignazione positiva e stizza personale.

 

«Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi della montagna. Poi afferrò il vitello che quelli avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece trangugiare agli Israeliti» (Es 32,19-20).

 

RIFLESSIONE SAPIENZIALE

 

Pr 14, 17. L’iracondo commette sciocchezze, il riflessivo sopporta.

Pr 14, 29. Il paziente ha grande prudenza, l’iracondo mostra stoltezza.

Pr 15, 1. Una risposta gentile calma la collera, una parola pungente eccita l’ira.

Pr 15,18. L’uomo collerico suscita litigi, il lento all’ira seda le contese.

Pr 16, 32. Il paziente val più di un eroe, chi domina se stesso val più di chi conquista una città.

Pr 17, 14. Iniziare un litigio è come aprire una diga, prima che la lite si esasperi, troncala.

Pr 19, 11. È avvedutezza per l’uomo rimandare lo sdegno ed è sua gloria passar sopra alle offese.

Pr 21,19. Meglio abitare in un deserto che con una moglie litigiosa e irritabile.

Pr 25, 28. Una città smantellata o senza mura tale è l’uomo che non sa dominare la collera.

 

«E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette (Mt 18, 22).

Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Mt 5, 21-22).

 

«Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5, 38-44).

 

AL MOMENTO DELL’ARRESTO

«Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26,51-52).

 

«Nell’ira, non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (Ef 4, 26-27. 31-32).

«Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca» (Col 3, 8).

 

L’IRA FA MALE A CHI LA PROVA

“L’odio è un liquore prezioso, un veleno più caro di quello dei Borgia. Perché è fatto col nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore” (Charles Baudelaire).

 

La pazienza è opera di perfezione e prova di virtù” (S. Francesco d’Assisi).

“La pazienza è la più eroica delle virtù perché non ha nessuna apparenza d’eroico” (Leopardi).

“La fortezza non ha bisogno di chiamare in aiuto l’ira; essa è perfetta perché è dotata di sue armi” (Cicerone).